Intervista a Stefano Bonazzi

Anche Stefano Bonazzi si è gentilmente prestato alle domande di A4 e per questo lo ringraziamo. Stefano è l’autore del racconto “La folla”, protagonista dell’ultimo numero della rivista. Buona lettura. (Approfittiamo dell’occasione per ricordare che c’è tempo fino al 5 dicembre per proporre il vostro racconto di Natale.)

A4: Il tuo racconto, “La folla”, ci è piaciuto molto perché restituisce in modo molto efficace lo stato d’animo di chi si ritrovi per necessità a lavorare in un centro commerciale. Sono sensazioni che hai sperimentato tu per primo? O te le ha riferite qualcuno che conosci? Oppure hai lavorato di immaginazione?

Stefano Bonazzi: Entrambe le cose. Per alcuni anni ho lavorato in contesti molto affollati e molte delle sensazioni descritte nel racconto attingono proprio da quei ricordi. Come molte (se non tutte) le cose di cui scrivo, la paura è un elemento che torna costante. Sento la necessità di indagare questo stato dell’animo perché l’ho conosciuto da vicino e per anni ha modificato e limitato la mia vita, come quella di moltissime altre persone. È un innesco sociale che può dar vita a situazioni che, messe su carta, trascendono i generi letterari e in cui le persone si riconoscono continuamente. Trovo che la scrittura, così come moltissime altre forme d’arte, sia un ottimo modo per aiutarci a condividerne le esperienze (positive e negative) ed esorcizzarne almeno in parte la sua portata.

A4: Hai pubblicato parecchi racconti e due romanzi (L’abbandonatrice e A bocca chiusa, entrambi per Fernandel): ci racconti quando e come hai cominciato a scrivere?

SB: Ho iniziato a ventidue anni in seguito a un periodo decisamente problematico. Soffrivo di attacchi di panico che mi impedivano di vivere una vita sociale “normale”. Con il tempo queste crisi iniziarono a intaccare anche il fisico: c’erano giorni in cui faticavo a reggermi in piedi e dovevo restare chiuso in camera, al buio, perché ogni input esterno mi giungeva amplificato e mi disorientava. Quando fui in grado di riprende parte della concentrazione cercai un modo per raccontare tutto quello che mi stava accadendo e la scrittura fu il mezzo più immediato e catartico. Sono sempre stato un lettore assiduo fin da quando avevo sette anni ma prima di allora avevo sempre visto l’universo letterario come qualcosa di “altro” e “alto”. Lo scrittore seduto sul suo podio con lo stuolo di lettori/ammiratori al seguito. Iniziai a scrivere per me stesso e solo quando capii che quello che stavo scrivendo poteva farsi portavoce di un’esperienza collettiva, decisi di provare a condividerlo.

A4: Ci interesserebbe anche conoscere le tue abitudini per quanto riguarda la scrittura. Come scrivi un romanzo, per esempio? Hai un sistema tuo che ti piacerebbe condividere con i lettori di A4? E come concili il tuo mestiere di grafico pubblicitario, che deve richiedere già molte ore, per giunta davanti a uno schermo, con la scrittura?

SB: Lavorando a tempo pieno, relego la scrittura al fine settimana o alla sera, quando il fisico me lo permette. Non ho un metodo strutturato, il mio approccio è tutt’altro che accademico. Posso lasciar passare mesi o anni tra una storia e l’altra. Non sono uno scrittore da post-it sul frigorifero e prediligo le trame minimali: pochi personaggi e poche location. Mi piace concentrarmi sulla caratterizzazione psicologica e faccio molta fatica a scrivere le scene d’azione (per non parlare di quelle di sesso). Cerco sempre di mantenere un approccio umile e diretto nei confronti della parola: tra storia e stile prediligo lo stile ma solo se spinto da una forte esigenza narrativa di base.

A4: Nella tua nota biografica ci ha incuriositi l’accenno alle tue composizioni e fotografie ispirate all’arte surrealista. Ce ne parli? I nostri lettori dove possono dare un’occhiata alla tua arte?

SB: Così come per la scrittura, anche le immagini che realizzo sono legate dal fil rouge della paura: tutti i personaggi delle mie composizioni sono spesso ritratti in atteggiamenti protettivi, soli o con pochissimi elementi vicini. Sono corpi in atteggiamento difensivo rispetto a un ambiente spesso affascinante (deserti, lande desolate, paludi, ghiacciai…) ma anche ostile, inospitale. I loro volti sono sempre coperti da qualcosa: che siano maschere, tessuti o composizioni vegetali, l’elemento che ritorna costante è l’oscuramento di parte del volto. Mi piace nascondere le espressioni per lasciar parlare i corpi e il contesto in relazione a una visione attiva e partecipativa dell’osservatore.

A4: Per ultima, la rituale domanda “quattro per A4”; consigliaci quattro cose, per favore: un libro, un film, un disco e il tuo scorcio preferito della città dove abiti.

SB: Vi lascio quattro suggestioni notturne che si completano a vicenda dopo il crepuscolo. Un libro: Lunar Park di Bret Easton Ellis. Un film: Strade perdute di David Lynch. Un disco: Kill for Love dei Chromatics. Uno scorcio suggestivo della mia città potrebbe essere la sagoma notturna e luminescente del petrolchimico: vista dalla circonvallazione sembra una piccola città nella città, però sulla qualità dell’aria non ci metto al firma.

Grazie ancora a Stefano Bonazzi. Per leggere il suo racconto “La fuga” basta scaricare A4 numero 26 cliccando qui.

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