Intervista ad Alberto Lucchini

Ringraziamo Alberto Lucchini, autore di PMI, il racconto contenuto nell’ultimo numero di A4, per essersi prestato alla ormai consueta intervista post pubblicazione. (Per scaricare A4 numero 25, clicca pure qui.)

A4: Leggendo la tua nota biografica una domanda è sorta spontanea, anzi due: com’è lavorare con i bagni chimici? E cos’è la microincapsulazione?

Alberto Lucchini: Lavorando con i bagni chimici realizzi molto bene che, in certe situazioni di emergenza idraulica, diciamo così, è molto meglio essere nati uomini! Assicurato! La microincapsulazione sembra una roba strana ma alla fine significa in pratica proteggere dal mondo esterno un qualcosa di molto piccolo e fragile, dandogli una nuova struttura, come una corazza. A pensarci, non sarebbe male essere tutti microincapsulati!

A4: Ci racconti quando e come è nata la tua passione per la scrittura?

AL: Penso appena ho imparato a leggere. Più che passione però è una vera e propria scimmia, la mia. Tipo quella dei drogati. Ho cominciato a leggere fumetti poi alle medie sono passato ai romanzi, soprattutto gialli, di quelli della Mondadori. Mi piacevano un sacco le copertine (in alcuni casi più quelle che il romanzo in sé a dire il vero). E poi insomma, il buttare giù parole su un foglio mi è sempre rimasta una cosa che sentivo, e sento tutt’ora, di dover fare. È una roba, lo capisco, da suonato, ma in pratica se passo troppo tempo a non scrivere nulla mi sembra di (la dico forte) sprecare la mia esistenza! Quindi per rispondere forse meglio alla domanda non so precisamente come è nata, ma nel tempo è diventata una specie di droga che mi ha assuefatto (e da cui evito categoricamente di disintossicarmi).

A4: Lavori in un ufficio simile a quello descritto nel racconto? Se sì, non hai paura che il tuo capo o i colleghi lo leggano, visto la fine che fanno nella finzione?

AL: Sì, il racconto è parecchio autobiografico. Ho paura che colleghi e capo lo leggano? Non c’ho nemmeno pensato! Sentivo solo che dovevo scriverlo e non m’interessava nient’altro. E poi, comunque, mi sa è troppo tardi no?

A4: Hai pubblicato racconti su diverse riviste: quale di queste riviste è la tua preferita e perché proprio A4?

AL: Tutte le riviste che (inspiegabilmente) hanno accettato i miei racconti sono le mie preferite. Grazie a loro (o per colpa loro forse), ‘sta mia scimmia di scrivere si alimenta. Il fatto che altre persone che nemmeno conosco possano leggere le mie parole è senza dubbio la cosa più bella che può succedermi nella vita!
A4 mi ha incuriosito più di tutte le altre perché è… diversa. Il fatto di contenere un solo racconto ne dà subito un grande valore, e il suo formato in un foglio A4 appunto, è esteticamente molto bello, parecchio! E poi, non vorrei sembrare che stia qua a sviolinare, ma la frase “la rivista letteraria che non la racconta giusta” è una bomba!

A4: Per la serie “Quattro consigli per A4”, ci consigli quattro cose? Un libro, un film, un disco e il tuo scorcio preferito della città dove vivi.

AL: Impresa titanica questa, ma ci provo. Partiamo dal libro: I sotterranei di Jack Kerouac. Quando l’ho letto la prima volta ho provato una sensazione che mi è successa raramente di fronte ad un romanzo: avevo tra le mani qualcosa di assolutamente nuovo rispetto a quello che avevo letto fino a quel momento. Non per la storia in sé ma per lo stile. Chi l’ha letto sa di cosa parlo, per gli altri… correte a leggerlo! Anche solo poche pagine, tanto per capire che raramente troverete un altro libro scritto in quel modo, spontaneo nel vero senso della parola e sfrontato nel voler rompere schemi e regole riga dopo riga. Un film dico Marrakech Express perché è carico di un sentimento che, anche grazie alla musiche di Roberto Ciotti, lo rende qualcosa di magico. È come incontrare dei vecchi amici con cui sai che ti troverai bene: ho sempre pensato mi sarebbe piaciuto stare sulla Jeep di Ponchia con loro! Per il disco ne dico uno che ho appena riascoltato ieri sera ed è stato come al solito una goduria: Kind of Blue di Miles Davis. Sfido anche chi non ascolta jazz a provare a sentirlo. Per descriverlo basta una frase stracitata del batterista (riportata pure su Wikipedia): “questo album dev’essere stato fatto in paradiso”. Ecco appunto, nient’altro da aggiungere. Lo scorcio preferito della mia città? Quello che non ho ancora visto.

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