Intervista a Deborah D’Addetta

Com’è ormai tradizione consolidata abbiamo intervistato la protagonista dell’ultimo numero, in questo caso Deborah D’Addetta. Deborah è l’autrice di “Maria3“, un racconto che si può leggere scaricando “A4” numero 24 a questo link.

A4: Ci racconti come è nato il racconto che hai pubblicato su A4? Come ti è venuta l’idea? E quando l’hai scritto?

Deborah D’Addetta: “Maria al cubo” è nato come ogni altro racconto che scrivo: da una fulminea ispirazione. Io e il mio ragazzo avevamo appena passato un periodo non proprio felice (ci siamo ammalati di Covid a febbraio e lui sfortunatamente è finito in ospedale a causa della polmonite) e mi trovavo in una specie di limbo esistenziale. Mi sono così sorpresa nel domandarmi cosa sarebbe successo se fossi finita in ospedale al posto suo, per una qualsiasi ragione. So che sembra un po’ triste come pensiero, io che odio le persone tristi, ma durante un pigro pomeriggio di marzo ho immaginato me stessa in conversazione con il mio angelo custode e se fossi stata al posto della Maria del racconto credo che gli avrei chiesto le stesse cose. Per alleggerire il tono del racconto però ho voluto raffigurarlo in maniera volutamente pop, scherzosa, anche irriverente, giocando con i colori e la sovrapposizione dei loro nomi. Inoltre mi piace sempre inserire delle “vie di fuga” comiche o scanzonate, così da non rendere troppo drammatica la trama.

A4: La storia è ambientata in un mondo in cui esiste l’inferno, il paradiso, la vita dopo la morte. Sappiamo che è una domanda alquanto personale, ma: anche tu credi alla loro esistenza? Nel senso: sei religiosa?

DD’A: Se dicessi di no mia madre mi disconoscerebbe. Scherzi a parte, non so se sia corretto dire che ero più “religiosa” da piccola: sicuramente l’influenza di una famiglia molto dedita e praticante ha suggestionato la mia infanzia, ma devo ammettere di essere sempre stata affascinata dal mistero, da ciò che non si vede, che non si può comprendere. Da scorpione doc amo tutto ciò che è segreto, inspiegabile, occulto in qualche maniera. Credo sicuramente alla vita dopo la morte, all’esistenza di un confine da superare, accompagnati o meno, redenti o meno. Sostengo fermamente anche l’esistenza (o almeno la speranza dell’esistenza) di un giudizio imparziale e di conseguenza di una “smistamento” dei buoni e dei cattivi, anche se forse può sembrare una considerazione ingenua. Che si chiamino inferno o paradiso per me non fa differenza. Inoltre mi piace moltissimo pensare di avere accanto un’entità dedicata solo a me e alla mia esistenza. Mi rendo conto che suona narcisistico e anche egoistico, ma -hey, se mi stai ascoltando, vorrei che facessi meglio il tuo dovere e indirizzassi la mia vita verso una montagna di soldi (si scherza, ma non troppo). E che fossi very figo proprio come l’angelo del mio racconto.

A4: Sappiamo pochissimo di te, ci racconti qualcosa? Chi sei, dove vivi, come passi il tempo, come ti sei avvicinata alla scrittura?

DD’A: L’ho già detto che sono uno scorpione doc e per questo amo il mistero? Ah sì, pardon. Sono Deborah, ho 34 anni, pugliese di nascita, napoletana di adozione. Napoli è il mio posto dell’anima e lo dico fermamente perché, nonostante ami la Puglia e tutte le sue meraviglie, ho sempre sofferto la limitazione di essere nata in un paesino isolato e claustrofobico. Il richiamo delle grandi città si è fatto sentire molto presto, perciò appena ho finito il liceo sono scappata in quella che mi sembrava l’antitesi assoluta del mio luogo d’origine, Napoli per l’appunto. Non me ne sono innamorata subito, il nostro non è stato un colpo di fulmine: ci siamo dovuti studiare per un annetto prima di scoprirci persi l’una dell’altra. Dico una di proposito perché Napoli per me è donna. Ho passato i miei cinque anni dell’università tra l’azzurro del golfo, l’ombra del Vesuvio e pizze in quantità. Ho conosciuto l’amore, l’amicizia e la passione per tutto ciò che è chiassoso, allegro e un po’ decadente. Dopo la laurea in Lingue Orientali e Conservazione dei beni culturali (lo so, è un mix abbastanza bizzarro) mi sono dedicata a una decina di lavori diversi: ho fatto l’animatrice, l’hostess, la cameriera, la receptionist in un hotel 5 stelle lusso, la segretaria amministrativa e ora sto studiando per diventare insegnante. In mezzo a tutto questo marasma non ho mai smesso di scrivere: scrivo da che ho memoria, forse da quando ho imparato a tenere in mano una penna (una penna sì, perché sono figlia dell’86 e a quell’epoca, grazie a Dio, non c’erano ancora i pc). Credo che se non potessi più scrivere, morirei. E sono fermamente convinta che sia una delle cose che mi riesca meglio, a parte cucinare. Il che ci porta alla domanda successiva.

A4: Nella bio per A4 abbiamo riportato che sei una mangiatrice seriale di pasta al pomodoro. Ti piace così tanto? Conosci un modo di prepararla che credi valga la pena di essere insegnata a chi segue A4?

DD’A: La pasta al pomodoro è il mio feticcio, il mio totem, il mio conforto. Potrei mangiarne in quantità preoccupanti ogni giorno e morire felice. Credo che questa ossessione sia il risultato di quello che ho detto poco fa: è un piatto che riassume perfettamente le mie origini e allo stesso tempo le mie aspirazioni, la Puglia che si unisce a Napoli, le mie due case. Nella zona del Gargano (e un po’ in tutta la regione in generale) si fa merenda con pane, pomodoro, olio e origano e non c’è niente di più buono e genuino al mondo. Il primo vero spaghetto al pomodorino fresco invece l’ho assaggiato proprio a Napoli, in un ristorantino da quattro soldi. Non sono più tornata indietro. Alla classica domanda: “Cosa porteresti con te su un’isola deserta?” risponderei proprio pomodori, carta e penna e uno shampoo. Perché va bene essere wild, ma i capelli li voglio in ordine. Io la preparo in due modi: quando ho voglia di perdere un po’ di tempo e vagare tra i miei pensieri, soffriggo l’aglio nell’olio evo (abbondante, non siate tirchi), poi ci tuffo dei pelati San Marzano. Un pizzico di sale, uno di zucchero e basilico in quantità. Quando il sugo è cotto, frullo tutto. Viene fuori una vellutata color estate nel mediterraneo che è la fine del mondo. Il secondo metodo è quello più democratico: stesso soffritto, ma invece dei pelati ci tuffate dei pomodorini pizzuti (pizzuti da pizz, che nel mio dialetto d’infanzia vuol dire angolo, spigolo, protuberanza appuntita) quindi idealmente dei pomodorini del Piennolo, quelli D.O.P. del Vesuvio per intenderci, oppure se non siete fortunati come me a vivere ai suoi piedi, vanno bene dei pachino o qualsiasi pomodorino a grappolo. Per la pasta, mi raccomando, formato lungo. Non voglio vedere mezze maniche, penne e pennine. Ci vuole lo spaghetto grosso, quello ruvido che ci mette un quarto d’ora a cuocere. E questo è. L’amore in un piatto.

A4: Ultima domanda di rito, consigliaci quattro cose: un libro; un film; un disco (o un musicista); il tuo scorcio preferito della città dove vivi.

DD’A: Dare consigli mi piace un sacco. Sul libro non ho dubbi: Il profumo di Patrick Süskind. Se non lo avete letto, bisogna rimediare prima di subito, come si dice da me. È uno di quei romanzi che rimangono dentro, che lasciano solchi profondi nell’inconscio. Io mi sono ritrovata a pensarci persino di notte. In una parola, sontuoso.

Per quanto riguarda i film, esco fuori dal coro e dico Franklyn. Probabilmente nessuno l’ha mai visto a parte me. È del 2008 e aderisce al genere thriller/noir. Racconta le storie di quattro personaggi molto peculiari, le cui vite si giostrano tra due realtà parallele, una che ha luogo nella Londra odierna e l’altra in una indeterminata fantastica città in cui un governo pseudo-militare impone a ciascun cittadino di avere una specifica fede. Lo consiglio non solo perché è originalissimo e molto attuale (tratta di tematiche come l’oppressione, la depressione, la mancanza di una vita reale, la schizofrenia) ma perché una delle attrici protagoniste è Eva Green. Ora, non voglio dire che in un’altra vita vorrei rinascere Eva Green, ma mi trovo costretta a dire che, secondo me, rappresenta ciò che di più perfetto possa esistere sulla faccia della terra. Quindi a prescindere il film è bellissimo.

Sul disco o musicista non mi sento una gran esperta, quindi prendo in prestito la selezione del mio ragazzo che ha affinato i miei gusti musicali e cito Tycho. Altrimenti andate di The Weeknd, specie dopo l’ultimo album, e non sbagliate mai.

Lo scorcio che amo di più di Napoli? Questa è una domanda difficile perché Napoli è una cartolina da qualsiasi punto la si guardi. Non rispondo quindi, ma vi lascio una citazione che forse riassume meglio di quanto possa fare io quanto è bella questa città: “Quando sarò morto tornerò a Napoli a fare il fantasma, perché qui la notte è indicibilmente bella” – Hans Christian Andersen.

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