«A4», una rivista di carattere (Miller)

Chiunque abbia mai fondato una rivista, aperto un sito, scritto una ricerca scolastica o un avviso condominiale, sa che in particolare un aspetto della faccenda richiede più tempo di tutto il resto: la scelta del font (della font?) o carattere che dir si voglia.

Anche ad «A4» ci siamo presi i nostri bei mesi per decidere quali caratteri usare per la rivista. Esatto: caratteri, al plurale. Perché all’inizio pensavamo di utilizzarne due: uno con grazie per il testo principale del racconto e uno senza grazie per la testata. Non è così che fanno in genere le riviste serie?

Allora ci siamo messi lì a sperimentare accoppiamenti su accoppiamenti, senza mai riuscire a deciderci e attraversando vere e proprie crisi esistenziali (“E se usassimo tre font anziché due?”).

A sbrogliare la matassa ci ha pensato una coincidenza. Proprio in quel periodo «Internazionale» – una delle riviste serie di cui sopra – decise di cambiare grafica e affidò il compito a Mark Porter, il grafico responsabile dell’aspetto di diversi noti quotidiani e non solo. A colpirci del restyling di «Internazionale» fu una scelta in particolare: quella di utilizzare un unico carattere per tutta la rivista. Esatto: la testata (in una variante “stencil”), i titoli, i sottotitoli, il corpo degli articoli, le didascalie, il colophon – tutto era scritto con un unico font (per i curiosi: Lyon).

Fu un’epifania. Se può farlo una rivista come quella, pensammo, allora può farlo anche una mini rivista letteraria lunga quanto un foglio A4. Anzi, visto il minimalismo di cui era impregnato il progetto, la scelta di ridurre la grafica a un unico carattere sarebbe stata non solo adatta, ma doverosa.

Scegliere l’unico carattere non fu facile. C’era l’ansia da prestazione nata dalla consapevolezza che il vincitore avrebbe accompagnato la rivista per anni, se non decenni. E poi il font definitivo doveva avere determinate caratteristiche: innanzitutto essere leggibile anche quando di piccole dimensioni; possedere un bel corsivo; avere il formato “display” per la testata e il capolettera, e il maiuscoletto per gli incipit. Doveva avere le legature, essere riconoscibile e apparire professionale.

Decidemmo di andare per esclusione. Cancellammo dalla lista i font gratuiti che si trovano in ogni computer, non per snobismo, ma perché poco professionali. Poi restringemmo il raggio d’azione. Pensammo: visto che i racconti di «A4» verranno impaginati in colonne come gli articoli di un giornale, perché non scegliere proprio uno dei font usati dai quotidiani? E così ci mettemmo a googlare a più non posso. “Quale carattere usa il Corriere della Sera?”. “New York Times Font”. “Le Monde caractère typographique”. E così via.

Paradossalmente, ciò aumentò la lista dei papabili vincitori anziché ridurla. Sebold, Sentinel, Garamond premier pro. Spuntava fuori di continuo un nuovo entusiasmante carattere adatto al progetto «A4».

Poi, quando sembrava che non saremmo mai usciti dall’impasse, ci imbattemmo in un libro delle edizioni SUR. S’intitolava L’invasione, era una raccolta di racconti di Ricardo Piglia, e ci innamorammo del carattere usato per gli interni. Aveva tutto: era leggibile, trasudava un certo fascino vintage e moderno allo stesso tempo, e possedeva un formato display, come testimoniavano i capolettera che aprivano ogni racconto. Era perfetto. E non dovevamo nemmeno scoprire come si chiamasse, perché la casa editrice lo riportava nel frontespizio.

Insomma, era fatta: fu così che scegliemmo Miller, creato nel 1997 da Matthew Carter, come carattere unico della rivista. Tra l’altro scoprimmo che lo usavano in molti in tutto il mondo: la rivista «New York», il «Boston Globe», il «Washington Post», «Variety», «Hindustan Times» e altre pubblicazioni. Eravamo in ottima compagnia.

E cinque anni dopo siamo ancora felici della nostra scelta. Speriamo che i lettori condividano questo nostro sentimento.

A risentirci presto per un nuovo numero di «A4».

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