Intervista a Michele Crescenzo

Abbiamo intervistato l’autore del racconto protagonista dell’ultimo numero di «A4», Michele Crescenzo. Lo ringraziamo per le belle risposte, e invitiamo chi già non lo abbia fatto a scaricare e leggere A4 n. 22, che contiene appunto il racconto di Michele, “Tutti i tuoi colori”.

A4: Il racconto che hai pubblicato su «A4», “Tutti i tuoi colori”, sappiamo che ha origine da un corso di scrittura con Paolo Cognetti. Ci racconti com’è andata? Ci interessa molto anche la questione sull’ultima frase, se fosse da cancellare o meno.

Michele Crescenzo: Correva l’anno 2010 (o giù di lì) e insieme ad una dozzina di aspiranti scrittori partecipai a un laboratorio di scrittura creativa gestito da Paolo Cognetti. Paolo e io c’eravamo conosciuti grazie alla nostra passione per Hemingway e quando mi propose di partecipare a questo laboratorio accettai subito. A quel tempo aveva pubblicato solo due (bei) libri di racconti per minimum fax, erano ancora lontani i successi con Le otto montagne e il Premio Strega.

Durante quegli incontri ognuno presentava uno o più racconti e se ne discuteva tutti insieme. Io ne scrissi due: “Ospite”, una storia ambientata su una barca per l’osservazione delle balene che è stato pubblicato su «‘tina» e, appunto, “Tutti i tuoi colori”.

Il racconto era molto diverso da quello pubblicato in «A4». All’interno del monologo si comprendeva che il protagonista era in un cimitero, Paolo mi consigliò di eliminare l’ultima frase considerandola un po’ ridondante. Dopo una settimana di tentativi gli dissi che non ci riuscivo. Non ci riuscivo proprio. Ogni volta che la eliminavo il racconto mi sembrava incompleto. Quando glielo dissi lui si mise a ridere e mi disse che se quella frase era così importante per me, bisognava che la valorizzassi. “Se non riesci a cambiarla, potenziala, stupisci il lettore” Così invece di cambiare solo l’ultima frase ho lavorato su tutto il resto quintuplicando il tempo, ma sono molto contento del risultato.

A4: Come nasce Michele Crescenzo scrittore? E qual è la tua ambizione come autore? Ti trovi bene con la forma breve o scriverai/hai scritto anche un romanzo?

MC: Non so bene quando è “nata” la mia passione verso la scrittura, da piccolo inventavo storie a mia sorella minore e creavo drammi stile Omero con i pupazzi dei Masters. Forse lì, so però che è diventata da anni una mia quotidianità, cerco di svegliarmi sempre presto e scrivo prima di iniziare a lavorare. Scrivo di mattina, così le storie mi rimangono in mente per tutto il giorno. Non è mai stato un momento di “gioia” ma più un insieme complesso di insicurezza e frustrazione. Letture e riletture. Mi ha tranquillizzato sapere che scrittori molto famosi avevano le mie ansie, tra tutti mi fa sempre sorridere una storia su Tabucchi. Erano a cena tra colleghi e si discuteva del travaglio della scrittura: chi ci metteva anni a finire un romanzo, chi riscriveva decine di volte la stessa pagina, chi aveva una tale nausea di sé da non riuscire più a rileggersi. Intervenne Tabucchi e disse che per lui era tutto diverso. Raccontò che si svegliava ogni giorno alle cinque di mattina, lavorava senza interruzione fino alle nove, raramente ritoccava qualcosa di quello che aveva scritto. Il suo rapporto con la scrittura era molto gioioso e naturale. In questo modo, disse, aveva scritto “Sostiene Pereira” in poche settimane.

Calò il silenzio sulla tavolata. Chissà cosa pensarono quegli scrittori. Tabucchi assaporò quell’imbarazzo, poi sogghignando riprese la parola e disse: “Ma che, ci avete creduto?”

Ed io ho pensato, bhè, se succedeva così per Tabucchi figurati per me.

Adoro la forma del racconto, che – come diceva Truman Capote –  è quella che ti può permettere di sperimentare. Un intero romanzo in seconda persona sarebbe stancante ma “Tutti i tuoi colori” funziona bene, almeno per me.

Non credo che esista differenza tra racconto e romanzo, o meglio che la vera differenza dipende dalle storie che hanno bisogno di più parole. Richard Ford, in un intervista a «Repubblica», dichiarò che Carver (inventore del racconto breve americano, tra i più grandi di sempre) aveva intenzione di fare un romanzo e che se non fosse morto l’avrebbe scritto sicuramente.

Da qualche anno ho trovato una storia che aveva bisogno di più parole, il titolo è La chiamano solo notte. L’ho finito e in questo periodo ci sto lavorando con Noemi Gentilezza dell’agenzia Lorem Ipsum Agenzia Editoriale. Incrocio le dita.   

A4: Ci racconti com’è nata la tua collaborazione con «La voce di New York»? E come ti è venuta l’idea di “Gotham’s Writers”, la rubrica che curi su quella pubblicazione?

MC: È avvenuta grazie ad un like. Avevo notato che Stefano Vaccara, il direttore del «La voce di New York» aveva messo un like sulla mia recensione su Satifiction del L’amico fedele (Garzanti editore) dell’autrice Sigrid Nunez (National Book Award per la fiction 2018). Ho iniziato a seguire il giornale e mi è piaciuto molto così – quasi per scherzo – ho fatto una lista di tutti gli scrittori che vivono a New York, gli ho scritto per sapere se potevo scrivere un pezzo su questo, ci siamo sentiti su Skype e lui ne era entusiasta. Ho scritto quell’articolo e poi anche un altro e dopo un’altra chiacchierata mi ha proposto di fare dei ritratti letterari, gli ho mandato un draft ed è iniziata questa collaborazione. Con mia incredibile sorpresa gli articoli su “Gotham’s Writers” sono molto letti e sono spesso citati dal sito AISE (Agenzia internazionale stampa estera) che cura i migliori articoli della settimana tra la stampa in lingua italiana su testate straniere. Ne sono molto felice.

A4: Tramite “Ti ho Rivista” (un tabloid che gestisci sul mondo delle riviste indipendenti italiane) che idea ti sei fatto della “scena” di cui fa parte, credo, anche «A4»?

MC: Le riviste letterarie sono “ossigeno puro” nel panorama letterario italiano. C’è un mondo incredibile, in giro si può scegliere tra le riviste storiche («‘tina», «inutile», «Colla», «Inquieto», «Effe» e «A4») e quelle nuove che sperimentano sia sui formati («Fantastico.esclamativo», «Crack» e «StreetBook Magazine»), sullo stile («Coye» e «Bomarscé») o sulla selezione («L’Ircocervo», che sceglie solo racconti lunghi).

Le riviste letterarie rappresentano attenzione, curiosità, selezione, editing ma soprattutto passione. Una passione autentica perché non è né produttiva né tantomeno finalizzata ad un ritorno economico. Se ci si pensa un attimo,  non avrebbero nessun motivo pratico per esistere: richiedono tantissimo tempo, non si riescono ad autofinanziare e hanno pochissimo mercato, eppure ogni anno gruppi di appassionati inventano un nome, cercano una riconoscibilità, passano nottate intere alla scelta dei testi, all’editing, alla grafica, seguono gli esordienti, viaggiano per promuovere la rivista (per quanto si può), cercano di farsi pubblicità, partecipano a eventi letterari rimanendo seduti ore davanti a un banchetto defilato senza che nessuno si avvicini mai per dare un’occhiata.

A4: Ultima domanda d’obbligo per gli autori di «A4»: ci consigli quattro cose? Nell’ordine: un libro, un film, un disco, e il tuo scorcio preferito di Milano, la città in cui vivi.

MC: Scegliere solo un libro è una sofferenza così ne metto alcuni: I quarantanove racconti di Ernest Hemingway per lo stile, l’eleganza e la capacità di riuscire ad arrivare al cuore della storia attraverso i sottintesi, attraverso quello che non si è scritto. Il mare non bagna Napoli di Anna Maria Ortese e Trilobiti di Breece D’J Pancake, racconti sperimentali, duri, che giocano tra l’assurdo, la dolcezza e la ferocia della vita. La fine di Alice di A.M. Homes perché non mi ha fatto dormire la notte, Underword di DeLillo per la potenza narrativa e Andre Dubus per il modo delicato di descrivere l’animo umano.

Sugli alti punti sarò più rigoroso, giuro.

Per il film indico: Ricomincio da tre di Massimo Troisi, perché Troisi con pochi mezzi e tanto ingegno è stato capace di raccontare la mia città con ironia, dolcezza e provocazione. Un fuoriclasse assoluto, mi dispiace che tanti italiani non lo capiscano.

Per il disco: Mule Variations di Tom Waits, perché è un concentrato di sperimentazione, ironia, sonorità varie e la voce di Tom Waits non arriva attraverso i timpani ma dallo stomaco.

Lo scorcio di Miano è piazza Berlinguer: bambini che giocano, vecchi seduti alla panchina che fumano, qualcuno che legge e la libreria Gogol&Company nell’angolo. Non credo nel paradiso, ma se ci fosse spero sia così.

Grazie ancora a Michele Crescenzo per la disponibilità. Chi volesse leggere il suo racconto, “Tutti i tuoi colori”, può farlo scaricando A4 numero 22 qui.

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