Intervista a Emiliano Colomasi

Abbiamo intervistato l’autore dell’ultimo numero di A4, Emiliano Colomasi, che ringraziamo per la disponibilità.

A4: Nel tuo racconto, “Turnée”, descrivi la vita on the road dei Mersenne, la tua band. Da un po’ non suonate più, ma ti torna mai voglia di riformare il gruppo, tornare a suonare eccetera? O lo consideri ormai un capitolo chiuso?

Emiliano Colomasi: Capitolo chiuso. Non ci sarebbero i presupposti, credo fermamente che un trio indie rock, a meno che non sia famoso nel mondo, non abbia motivo di esistere quando i suoi componenti hanno raggiunto i trent’anni di età, che è il limite entro il quale si può ancora pensare di essere giovani, indistruttibili e speranzosi, dopo, comincia a diventare faticoso. Affrontarlo adesso, a quaranta e passa, sarebbe una follia. È una questione di dignità, quindi ok alla reunion per il matrimonio del bassista (che poi ero io), ok prove sommarie e set list approssimative per una festa tra amici nostalgici, ma nulla di più.

A4: C’è una certa tradizione di romanzi che raccontano le (dis)avventure di una band. Mai pensato di scrivere un romanzo alla The Commitments basato sui Mersenne? A giudicare dal racconto che hai pubblicato su A4 il materiale non mancherebbe.

E.C.: Non c’ho mai pensato, come non ho mai pensato a scrivere un romanzo in generale, mi sembra una fatica talmente immane che non so se riuscirei mai a portarla a compimento. Sicuramente avrei tantissime avventure da raccontare. Suonare in una rock band è una esperienza veramente completa, di solito si pensa solo alla trasgressione e qualche sbornia, in realtà, stare in una band impone una certa disciplina. Si tratta di una delle esperienze formative più importanti della mia vita, che mi ha aiutato a crescere culturalmente e mi ha insegnato ad affrontare le situazioni più disparate. Chissà, magari un giorno metterò insieme tutta la mole di aneddoti, ricordi e racconti e scriverò un grande romanzo di formazione punk rock.

A4: Più in generale: sei un giornalista e lavori anche come ufficio stampa; tra questo, il blog (Archimete Pitacorico) e i racconti che pubblichi sui social o su riviste come A4, insomma, si capisce che vivi di scrittura. Mai pensato di passare alla fiction? O ti trovi più a tuo agio nel campo dell’autofiction, come nel caso del racconto uscito su questa rivista? Insomma: qual è il sogno di Emiliano Colomasi scrittore?

E.C.: Negli ultimi anni la mia produzione letteraria, se così si può chiamare, è cresciuta, si è ampliata e contestualmente si è modificato anche il mio modo di scrivere. Chissà se c’è un legame con la musica anche in questo: prima ero molto legato ad una scrittura più immediata, al discorso breve, alla battuta fulminante, all’ironia sghemba; adesso, negli anni, ho maturato una scrittura più complessa e comincio ad apprezzare le divagazioni e le architetture sinfoniche, se mi passi il paragone. Diciamo che partire da qualcosa che si è vissuto in prima persona è più semplice ma l’idea di costruire una storia di sana pianta, svilupparla e indirizzarla senza precisi riferimenti personali mi intriga molto. Il mio problema è: ma poi che ci faccio? Cioè, dopo che ho scritto un romanzo, a chi lo mando? Questa incertezza mi atterrisce e mi blocca.

A4: Il tuo spassoso blog satirico, Archimete Pitacorico, ogni tanto viene preso sul serio dalle persone che prende di mira, creando situazioni paradossali. Ti va di raccontarci come e perché hai aperto il blog? E hai mai temuto che potesse metterti nei guai o mandarti all’ospedale?

E.C.: Il blog è nato per raccogliere le impressioni che giornalmente scrivevo sui social e in alcune rubriche su un paio di testate on line e negli anni, si è affermato come un realtà locale di satira e punti di vista differenti. Ho scelto volutamente il sottotitolo “talmente provinciale da essere universale” perché volevo concentrarmi su alcuni aspetti e modi di fare tipici del siracusano ma che in realtà riguardano indistintamente tutti: la meschinità, il provincialismo ma anche la generosità e la forza d’animo. Con il crescere dei lettori sono aumentate anche le attenzioni, nel bene e nel male e non ti nascondo che qualche volta mi sono trovato in qualche situazione spiacevole. Offese, minacce, citazioni in giudizio, spesso scaturite dall’incomprensione del testo. Quando scrivo non sono mai offensivo, non mi piace l’ironia spiccia né la battuta grossolana, gioco molto con i registri, con la stigmatizzazione dei caratteri e con il dialetto. Evidentemente per alcuni risulto troppo oscuro. Ultimamente poi, da quando tutti parlano di fake news senza sapere neanche cosa siano, sono stato accusato anche di questo, inutile dirti l’enorme difficoltà e la gigantesca perdita di tempo nel cercare di spiegare la differenza tra satira e fake news. Una Caporetto.

A4: Ultima domanda di rito agli autori di A4. Ci consigli quattro cose? Un libro, un film, un disco e il tuo scorcio preferito della città in cui vivi.

E.C.: Questa è la domanda più difficile! Inizio con l’ultimo, perché lo scorcio di Siracusa che amo più di ogni altro, lo vedo ogni mattina dalla finestra di casa: è il sole che nasce sul mare di levante. Ogni mattina una sfumatura diversa, ogni risveglio è un colore e una sensazione nuova. In questi anni, dalla stessa posizione, con lo stesso errore tecnico (la linea dell’orizzonte storta) avrò fotografato più di duecento albe, sono magnifiche, giuro. Forse, se un giorno pubblicherò mai un libro, sarà fotografico.

Scegliere un disco, per un ex musicista, è quasi impossibile ma se faccio un compendio di quello che ero, che sono e che vorrei essere, l’album che sento mi rappresenti di più è Yankee Hotel Foxtrot dei Wilco.

In questi giorni di quarantena mi è venuta una gran voglia di rivedere dopo venticinque anni i primi film di Gabriele Salvatores: Marrakech Express e Tournée in particolare, ma non riesco a trovarli su nessuna piattaforma digitale e streaming. Ecco, se qualcuno dovesse riuscirci, li guardi anche per me.

Il libro, senza giri di parole, è Libertà di Jonathan Franzen. Per me il romanzo più bello che ho letto nell’ultimo decennio. C’è quel finale che è una droga e mi chiama sempre e io continuo a leggerlo e a rileggerlo e ogni volta è un’emozione pazzesca.

Grazie per le domande, rispondere è stato un po’ come riscoprirmi… peggiore di quello che credevo.

Ringraziamo ancora una volta Emiliano Colomasi per la disponibilità. Ricordiamo che il numero 20, contenente il suo racconto, si può scaricare da qui.

Un pensiero riguardo “Intervista a Emiliano Colomasi”

  1. […] 29 maggio 2020 emilianocolomasi e non offenta…, mai più senza, RaccontiArchimete Pitacorico, figure retoriche, frustrazioni, intervista, letteratura, Siracusa Che poi uno a rispondere si emoziona tutto… Grazie ancora ad A4 e Stefano Amato per lo spazio concesso, il tempo e l’attenzione. Qui la breve intervista. […]

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