Lavorare da casa, Caccia al morto e cazzotti letterari: intervista a Luca Colombo

Come da tradizione, a qualche giorno dall’uscita dell’ultimo numero pubblichiamo un’intervista al suo autore. Questa volta è il turno di Luca Colombo, autore de “Il letto”, apparso sul numero 17. Per chi se lo fosse perso, l’ultimo numero si può scaricare da qui. Ringraziamo l’autore per la disponibilità.

A4: Il tuo racconto narra il graduale abbrutimento di un lavoratore da casa. Difficile non porsi, e porti, la domanda di rito: sai così tante cose sui rischi di lavorare da casa perché le hai sperimentate sulla tua pelle? Sei anche tu, o sei stato, un lavoratore da casa? Insomma, hai capito dove vogliamo arrivare: “Il letto” è un racconto in parte autobiografico?
Luca Colombo: No, non sono mai stato un lavoratore da casa. L’unico lavoro che faccio in casa è scrivere; ed è in questo che va ricercata la parte autobiografica del racconto: scrivere per me è peggio di un travaglio, soprattutto ora che sto lavorando a un romanzo da più tre anni. Il mio graduale abbrutimento è dato dal fatto che la scrittura si prende tutto di me: la mia pazienza, il mio sonno, la mia serenità. Mi riduce davvero a pezzi.

A4: Più o meno a metà racconto si legge: “Ecco cosa l’avrebbe fatto stare meglio: che la gente contemplasse il suo dolore. Lui al centro del letto e il mondo attorno.” Questa frase ci ha fatto venire in mente il racconto di Kafka intitolato “Un digiunatore”. Ci abbiamo preso? Kafka è un tuo autore di riferimento? Se non lui, chi altro?
LC: Kafka è un autore che apprezzo, ma non è tra i miei autori di riferimento. I principali modelli a cui mi ispiro sono Pirandello, Saramago e Bukowski: il primo per la profondità filosofica, il secondo per l’originalità delle storie e il terzo per l’inarrivabile capacità di narrare.

A4: Nella tua nota biografica si legge che nel 2016 hai pubblicato per Graphofeel il romanzo Caccia al morto. Ce ne parli?
LC: Caccia al morto è ambientato in un’impresa funebre. L’intento di Claudio – il giovane titolare – è restituire peso alla morte, fenomeno che in una società fatta di lauti pasti e antibiotici pare un’evenienza piuttosto vaga e remota. La soluzione è trasformare il funerale da evento sociale a evento social: concorso a premi per il miglior selfie cimiteriale, funerale con ospite del Grande Fratello e vip in genere, caccia al morto fra le lapidi per i bambini. Per Claudio il morto è solo una delle tante parti che concorrono alla buona riuscita del funerale, forse si potrebbe anche toglierlo, dato che si tratta di qualcosa che non c’è più.

A4: Ci parleresti anche del Pugilato letterario che, sempre secondo la tua nota biografica, insceni insieme a Elia Rossi?
LC: Nel pugilato letterario io ed Elia Rossi vestiamo i panni di due pugili. Indossiamo guantoni e paradenti, ci muoviamo con pose da boxeur rivali che si sfidano, mettendo al centro del ring i nostri due romanzi. Un finto arbitro, la cui vera funzione è di animare il pubblico, ci guida nel corso di quattro round nei quali leggiamo estratti di Caccia al morto e Fortunale, accompagnati da musiche adeguate. Alla fine è il pubblico a eleggere il vincitore. Lo stile del pugilato letterario è volutamente macchiettistico, a tratti persino cialtrone; nasce dall’obiettivo di uscire dalle presentazioni tradizionali di libri, per riuscire a comunicare temi e contenuti delle opere in modo più leggero e coinvolgente.

A4: Ultima, classica domanda di A4 ai suoi autori: ci consigli quattro cose? Nell’ordine: un libro, un film, un disco (o un musicista), e il tuo scorcio preferito di Oleggio, la cittadina piemontese in cui vivi.
LC: La panne di F. Dürrenmatt.
La morte corre sul fiume di C. Laughton.
Un disco qualsiasi di Hank Williams: le sue canzoni sono tutte uguali, una più bella dell’altra.
Il vecchio porto sul fiume Ticino, dove spesso vado a tirare le somme sulla mia scrittura.

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