Intervista a Pietro Vizpara

Abbiamo intervistato l’autore di Puntualità, il racconto protagonista di “A4” numero 11.

A4: Ciao Pietro, ci parli un po’ di te? Chi sei? Che fai?

Pietro Vizpara: Mi chiamo Pietro Vizpara, che in realtà è uno pseudonimo che mi porto dietro da così tanto tempo che non potrei scrollarmi di dosso nemmeno se volessi, e abito a La Spezia (dovrei scrivere “alla Spezia”, mi dicono, ma proprio non mi riesce), che in realtà non posso considerare la mia città visto che sono nato e cresciuto in un piccolo paese di mare vicino alle cinque terre. Per un po’ di tempo ho vissuto a Genova, dove ho studiato lingue e letterature straniere, lavorato come insegnante di italiano per stranieri e sostenuto una quantità innumerevole di colloqui fino a perdere le speranza di trovare un’occupazione stabile. Poi è capitata un’occasione di lavoro a La Spezia, mi è andata bene e così adesso sono quasi dieci anni che faccio l’impiegato nel settore della formazione. Ho sempre abitato vicino alla stazione ferroviaria e anche ora che ho una famiglia è bello qualche volta, nel fine settimana, andare in stazione e prendere il primo treno che passa. Tanto passano solo treni regionali, gira gira si resta sempre in zona.

Può bastare?

A4: Quando e come ti sei avvicinato alla scrittura?

PV: Forse tutto è cominciato quando ero molto piccolo e inventavo aneddoti che propinavo ai miei genitori e agli amici per il piacere di stupirli e scioccarli, ma direi che le prime storie che ho scritto sono state delle canzoni, visto che la prima passione è stata la musica (i grandi cantautori italiani e stranieri hanno tracciato un solco bello profondo nella mia formazione). Per un lungo periodo, diciamo tra i 15 e i 20 anni, ho alternato la scrittura di canzoni a quella di racconti finché mi sono accorto che costringere le storie a stare dentro una ritmica non mi andava più. Poi un giorno ho fatto un gioco con un’amica: scrivere un racconto brevissimo a partire da una parola scelta dall’altro, io scrissi un racconto che si chiamava “Tacchi a spillo”, che un po’ di tempo dopo spedii anche a una gran bella rivista degli anno zero, “FaM . Frenulo a Mano”. Il pezzo fu pubblicato e da lì ebbi conferma che scrivere racconti era quello che dovevo fare e da allora non ho più smesso.

A4: Tu vieni da La Spezia, o dalla Spezia, o da Las Pezia, come dicono i membri di un grande gruppo punk del luogo, i Manges. Dalle tue parti sono attivi anche gli ottimi Peawees. Una cosa che mi sono sempre chiesto: perché quella città ama tanto il punk rock? Tu ascolti quella musica?

PV: Las Pezia mi fa venire in mente il murales che c’è alla Skaletta, il circolo arci dove andavo a sentire I Peawees a metà degli anni novanta o giù di lì. In quegli anni La Spezia era una città soporifera, specialmente dopo le sette di sera. Per me e i miei amici squattrinati c’erano solo due possibilità: vagare per la città fino a consumarci le suole delle scarpe o sperare in qualche bel concerto alla Skaletta. Secondo me è proprio per questo che che il punk rock ha avuto tanto successo in una asfittica città come La Spezia: ambiente storicamente votato alla marina militare, noia, e tanta, tanta rabbia adolescenziale. Adesso, se proprio devo dirla tutta, i miei idoli musicali sono quasi tutti jazzisti: Thelonius Monk, Charles Mingus, Miles Davis, John Coltrane, ecc. Ma al punk, specialmente a quello cosiddetto straight-edge (Crass, tanto per dirne uno), devo tanto.

A4: Prima dicevi che “scrivere racconti era quello che dovevo fare”. Cosa mi dici dei romanzi? Hai mai provato a scriverne uno?

PV: Credo che i romanzi non facciano per me per una serie di ragioni che a spiegarle così, in poche parole, non saprei nemmeno da dove cominciare. Di romanzi ne ho scritti più di uno, sì, li ho cestinati tutti e penso che siano tra le cose peggiori che abbia mai scritto. Come lettore preferisco i racconti o quegli strani oggetti narrativi che non sono né raccolte di racconti né romanzi e che proprio per questo loro carattere indefinito mi fanno impazzire di piacere nel leggerli e rileggerli.

A4: Ultima domanda: qual è il libro che hai regalato di più finora?

PV: Ai parenti più giovani Io non ho paura e Il giovane Holden, ai bimbi qualunque cosa della Babalibri – il mio preferito è Una zuppa di sasso – e a tutti gli altri quello che capita. Ma regalare libri è difficile, conosco poche persone che amano leggere e così, anche se vorrei, tante volte regalo dell’altro. Tutti gli anni mi dico che regalerò a qualcuno un libro di racconti ma alla fine non so mai quale scegliere e a chi farlo e così desisto e passo ad altro. Ci riuscirò prima o poi?

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Scarica “A4” numero 11! Già fatto e apprezzato? Supporta “A4”!

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