Breve intervista a Dario De Marco

Abbiamo intervistato Dario De Marco, l’autore del racconto contenuto nell’ultimo numero di “A4”, Madonna delle campagne. Ringraziamo l’autore per la disponibilità.

“A4”: Madonne delle campagne è scritto in una lingua, o forse sarebbe meglio dire un dialetto, che nella realtà non esiste, una via di mezzo fra il napoletano e il cilentano. Eppure è comprensibile anche a chi, come me, non è di quelle parti. Come sei riuscito in questo prodigio? Quanto lavoro c’è dietro? È la prima volta che usi questa lingua o l’avevi già “rodata” da qualche altra parte?

Dario De Marco: Mio padre era di un paesino del Cilento, mia mamma è della provincia di Napoli, io sono nato e cresciuto a Napoli. Anche se a casa mia quando ero piccolo non si parlava in dialetto perché i miei avevano paura che crescevo cafone e non m’imparavo bene l’italiano, a un certo punto tutte queste sonorità, ovviamente molto simili ma con sfumature diverse, sono confluite nella mia testa. Che lingua è questa? Inventata? Un mix di dialetti? Un misto di italiano e dialetto? Semplicemente, è la lingua che si parla, che si pensa, oggi nella maggior parte del sud Italia. Perciò in epigrafe avevo messo quella frase di Roberto De Simone (che poi in “A4” abbiamo dovuto togliere per motivi di spazio ma che si può recuperare sul mio blog) che polemizza contro chi si fa meraviglie di una lingua come quella della Gatta: non fate i marziani, la conoscete benissimo.

Dovendo scrivere una storia di paese – un po’ da vinti, un po’ verghiana diciamocelo, anche se a me il verismo non mi piace, vorrei scappare più lontano possibile dal realismo – mi è venuto naturale scriverla così. La cosa divertente è che quando scrissi il racconto e lo feci leggere a parenti e amici, quelli di Napoli dicevano che era in dialetto cilentano, quelli del paese sostenevano che fosse napoletano. Tu stesso che sei siciliano in un primo momento avevi detto che era abruzzese, no? Ecco, questa cosa la trovo fantastica: una lingua che tutti capiscono ma che nessuno riconosce come propria. Almeno tutti quelli sotto la linea gotica: ora se volessi cavalcare l’onda direi “koinè linguistico-culturale del meridione” e “Magna Graecia”, e mi proporrei come l’Alighieri della Repubblica delle Due Sicilie, ma la verità è che trovo il revanscismo meridionalista pericoloso, passatista e neoborbonico.

“A4”: Quando hai scritto Madonna delle campagne?

DDM: Altra cosa divertente: mi sono accorto che questo racconto l’ho scritto tipo diciotto o venti anni fa. Il che vuol dire due cose: uno, che già da giovine ci sapevo fare un pochino; due, che tutto sommato non sono migliorato così tanto, in questi vent’anni, anzi forse sono peggiorato.

“A4”: Al tuo attivo hai due libri con altrettante case editrici indipendenti di tutto rispetto, 66thand2nd e LiberAria. Vuoi parlarci di questi due libri? Come sei entrato in contatto con le due case editrici? Come ti sei trovato nelle varie fasi “tecniche”: editing, correzione bozze, copertine, promozione ecc.?

DDM: Sì, sono editori “di qualità”, come li ha definiti un addetto ai lavori con cui mi sono trovato a parlare qualche giorno fa. E lo sono diventati anche grazie a me, aggiungerei, visto che per entrambi sono stato tra i primi autori (ehi, #sischerza). Devo a 66thand2nd di Isabella Ferretti e Tomaso Cenci il mio esordio: avevano indetto un concorso per il 150esimo anniversario dell’unità d’Italia, e io l’ho vinto (in giuria c’erano Paolo Verri e Gabriele Romagnoli). Nel 2011 è uscito Non siamo mai abbastanza, ha una struttura a salti temporali di cui vado tuttora fiero, ed è scritto in seconda persona, in una lingua che non è quella di Madonna delle campagne da un punto di vista formale, ma musicalmente sì. Editing ottimo, all’epoca in 66thand2nd lavorava Enzo Rammairone; correzione bozze idem, e soprattutto non mi aspettavo un controllo così accurato su tutti i dati storici, linguistici e tecnici cui avevo implicitamente accennato, un fact checking che manco il “New Yorker”; ufficio stampa formidabile con Manuela Paonessa (ora è cambiato ma i risultati sono eccellenti lo stesso, vedo). Insomma l’unica cosa di cui mi lamento è il titolo: io ne avevo messo un altro, dài, non è bruttino?

“A4”: Da ex libraio: ti assicuro che c’è di molto peggio. L’altro libro?

DDM: Il secondo libro è conseguenza di una rivista e una bambina. La rivista si chiama “Giudizio Universale” (2005-2008) ed è il mensile a causa del quale mi sono trasferito a Torino: tra i collaboratori della rivista c’era Alessandra Minervini, editor e scrittrice. La bambina si chiama Elsa (2008), ed è la mia prima figlia (tra i collaboratori della rivista c’era anche Gioia Gottini, che sarebbe diventata mia moglie). Qualche anno dopo, avrei iniziato a tenere un blog sulla mia condizione di papà postmoderno, ma così per ridere, per condividere con gli amici delle cose divertenti. Senonché tra gli amici c’era Alessandra, che per conto della neonata casa editrice LiberAria mi chiese, anzi mi convinse a scrivere un libro, Mia figlia spiegata a mia figlia, il titolo stavolta è mio, bellino vero?

“A4”: Molto. Nella tua nota biografica dici che hai provato a smettere di scrivere e che per un po’ hai lavorato in pizzeria. È veramente così difficile smettere di scrivere?

DDM: Ora se mi volessi atteggiare direi che smettere di scrivere è impossibile, che scrivere è come una droga, che mi fa stare male, ma dà dipendenza, e non ne posso fare a meno e bla bla. La verità è che si può stare benissimo senza. Ma che, al contrario, mi fa stare bene. Nella pizzeria ci lavoro tuttora!

“A4”: In cosa l’attività di scrittore somiglia a quella di un lavoratore di una pizzeria?

DDM: Ancora una volta, se mi volessi sparare le pose mi lancerei in arditi paragoni tra la scrittura e la panificazione, utilizzando le metafore dell’impasto e della magia della lievitazione. La verità è che il lavoro mi ha aiutato in varie cose (la principale è lo stipendio!): ho imparato il rispetto per il lavoro, per tutti i tipi di lavoro. Non che prima non lo avessi, ma una cosa è essere d’accordo con un’idea, una cosa è capire le cose col corpo, non so se mi spiego. Adesso quando sento quelli che lavorano comodamente seduti a una scrivania, che alla fine della giornata dicono che sono stanchi e hanno male al polso, mi fanno ridere: venite a passare lo straccio da noi! E poi ho capito che il lavoro manuale, il lavoro artigianale, non è inferiore a quello intellettuale, anzi da un certo punto di vista è superiore, perché richiede un’insieme di competenze sia fisiche sia intellettive.

“A4”: Programmi per il futuro? Hai altri libri in uscita?

DDM: Libri in uscita no, libri in scrittura sì: ma non posso rivelare nulla, tranne il fatto che sarà l’opera che darà una svolta alla storia della letteratura italiana.

(Grazie ancora all’autore per la disponibilità. Per scaricare l’ultimo numero di “A4” – l’ottavo – clicca qui.)

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