Intervista a Giuseppe De Marco

Com’è ormai nostra abitudine, a qualche settimana dall’uscita dell’ultimo numero abbiamo intervistato l’autore del racconto protagonista. Giuseppe De Marco ha scritto Volt, è romano, ed è stato tanto gentile da rispondere alle nostre domande. Per scaricare “A4” numero 12, clicca qui.

A4: Ciao Giuseppe, ci racconti la genesi di Volt, il tuo racconto uscito sull’ultimo numero di “A4”? Da dove viene questo interesse per i colori?

Giuseppe De Marco: La verità è che, prima di scrivere questo racconto, le mie competenze “cromatiche” non andavano più in là delle sfumature dell’arcobaleno (e anche lì non senza incertezze: sull’indaco per esempio, ho sempre avuto problemi). Però trovo che i colori abbiano un fascino universale, ancestrale perfino. Per dire, io ancora quasi mi emoziono quando vedo nascere il verde dal giallo e blu.

Quanto a Volt, nasce anzitutto da una maglietta da corsa (indovina di che colore?). Mi ha fatto pensare a qualcuno che per lavoro “inventa” nuovi colori. “Ciao papà, com’è andata oggi? Bene figliolo, ho inventato il rosso fox”. Una cosa del genere.

Col tempo però intorno a questa immagine hanno cominciato a gravitare altri spunti e suggestioni che hanno dirottato il corso della storia (minuscola eh…) verso altri territori: una tazzina spaiata di caffè, un quadro di Rothko, un esercizio di scrittura sui sensi. Aggiungi questo e aggiungi quest’altro, leggi, rileggi, aggiusta, lima, sfuma, taglia, togli e ancora taglia, alla fine è uscito fuori Volt. Faticaccia…

A4: Nella tua bio dici che oltre a tre figli hai messo al mondo milioni di storie. Ti va di elaborare? Di che storie si tratta? Racconti o romanzi inediti?

GDM: No niente romanzi nel cassetto, non entrerebbero… Al momento è strapieno di spezzoni, stralci, bozze e alcuni racconti in fase di gestazione più o meno avanzata.

Il fatto è che io vivo molto di immagini, narrativamente parlando. Flash, piccoli gesti o frasi, anche singole parole. A volte mi colpiscono all’improvviso (come “Volt”, per esempio). Altre volte si formano in qualche regione nascosta del cervello e se ne stanno lì come semini finiti per caso nella terra. Poi spuntano fuori e allora provo a curarli come un paziente giardiniere: cerco la luce migliore, provo ad avvicinarne due o tre in un unico microclima, tolgo via le erbacce. A volte capita che, contro ogni previsione (sono un pessimo giardiniere in effetti) qualche piccola piantina esca fuori. Il bello è che, proprio come un seme trovato per caso, non so neanch’io esattamente cosa uscirà fuori. Un racconto breve magari, oppure una filastrocca per bambini, una canzone oppure semplicemente una frase. In ogni caso, non butto via quasi nulla. Tutto può tornare utile, in un modo o nell’altro. A volte basta solo cambiare prospettiva e ti accorgi che quello che non gira in un modo può funzionare in un altro.

A4: Raccontaci la tua fascinazione per i racconti di sei parole, o “six words stories”. Quanto è difficile, o facile, scrivere un racconto di sei parole? Perché ti attira quel formato?

GDM: La prima six word story è ormai famosa e viene attribuita a Hemingway: “For sale: baby shoes, never worn”. Inarrivabile.

In America ci si trastullano da decenni con queste cose. In Italia adesso ci stanno lavorando molto le ideatrici della rivista “Tuffi”, che hanno puntato con grande fantasia e intelligenza sulla flash fiction. Una narrativa che fa della brevità, anche estrema, la sua ragion d’essere.

In effetti, giocare con frasi di sei parole è abbastanza facile (anche se può dare dipendenza, provare per credere…). Quello che sicuramente è meno facile è trasformare queste sei parole in una storia; caricarle di una potenza narrativa che va ovviamente tutta sottintesa e appena evocata. Diciamo che se un racconto breve è la punta di un iceberg, una six è una zoomata sull’insetto che sopravvive miracolosamente su quella punta.

In ogni caso, io lo trovo un formidabile esercizio di scrittura. E anche, allargando un po’ il campo, un modo per imparare a guardare le cose sotto un diverso punto di vista. L’importanza di cambiare prospettiva, di cui parlavo prima, nelle six diventa cruciale, visto che si lavora con una cassetta degli attrezzi ridotta al minimo e ogni piccolo movimento va calibrato con la massima cura.

A4: Tu vivi a Roma, una città che, anche grazie alle dimensioni, pullula di scrittori e quindi anche di presentazioni di libri. Tu frequenti la realtà culturale romana? Vai alle presentazioni di libri? Se sì, perché? Se no, perché? (“Non ho tempo” non vale come risposta).

GDM: Questa visione un po’ idealizzata della capitale mi fa tenerezza. Se fossi un cinico senza cuore ti direi che in realtà i romani vivono per lo più chiusi nei rispettivi quartieri, minuscoli tasselli di un puzzle che solo da lontano, forse, restituisce una vaga immagine della città.

Ma non sono così cinico (solo un pochino magari…). E d’altra parte è innegabile che Roma offra effettivamente un ampio repertorio di fiere, rassegne, eventi, iniziative, vedo-gente-faccio-cose. Se poi questo variegato ensamble si possa definire “realtà culturale romana” non saprei. Personalmente, mi affanno a cercare di coprire almeno una parte delle cose che mi piacerebbe seguire – dal grande evento all’Auditorium alla presentazione nella libreria di quartiere. Rimane fuori sempre troppo ma, parafrasando Massimo Troisi, “io sono uno a seguire, loro sono milioni a organizzare”, e dunque va bene così (senza mai nominare il poco tempo peraltro, visto che bravo?).

A4: Consigliaci quattro cose: un libro da leggere (classico o moderno poco importa); un film; un disco; un posto di Roma che tutti dovrebbero conoscere e invece è stranamente fuori dalle rotte dei turisti.

GDM: Questa è facile, mi basta un consiglio solo: “Non accettate consigli”.

Come sarebbe non vale? E l’importanza di saper scegliere e saper sbagliare? E l’affermazione dell’io? E… d’accordo i consigli.

Ve ne do addirittura due, visto che mi suggerisci il binomio classico/moderno, così non facciamo torto a nessuno. (Non è vero, c’è sempre qualcuno che ha da ridire di fronte a una classifica o selezione qualsiasi. Io per esempio)

Libri:
Classico: John Steinbeck, Furore (ovviamente nella nuova traduzione di Perroni, Bompiani, 2013): per almeno metà degli infiniti motivi per i quali si può perdere la testa per un libro.
Moderno: Fernando Aramburu, Patria (Guanda, 2017): per l’altra metà, più o meno.

Film:
Classico: Il mio vicino Totoro (o quasi qualunque altro titolo di) (Hayao Miyazaki, 1988): perché se hai da zero a 126 anni, un’anima e un cuore, non puoi non amarlo.
Moderno: Tre manifesti a Ebbing (Martin McDonagh, 2017): perché scava nel buio con cinismo e leggerezza, alla ricerca della luce. E la trova pure.

Disco:
Classico: Black Sabbath, Paranoid (Vertigo, 1970): perché se hai passato l’adolescenza con una chitarra a tracolla il merito è anche di Ozzy e i suoi amici, che tu lo voglia o no.
Moderno: Kamasi Washington, Heaven and Earth (Young Turks, 2018): perché, anche senza scomodare Coltrane o Sun Ra, la musica di questo ragazzone spacca.

Posto di Roma che tutti dovrebbero…:
La pista ciclabile sul Tevere. È sempre Roma, ma da un’altra prospettiva. Per di più con degli scorci mozzafiato (negli orari giusti). Se poi siete di quelli che amano viaggiare seduti in poltrona, allora vi consiglio il libro di Alessandro Mauro (e siamo a tre): Se Roma è fatta a scale (Exòrma, 2016). Una godibilissima passeggiata letteraria a ritmo lento, per tutti.

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“A4” numero 12 è online

Esce oggi il numero 12 di “A4”! Contiene un racconto di Giuseppe De Marco intitolato Volt e si può scaricare cliccando qui.
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Scarica “A4” numero 12

Giuseppe De Marco è nato a Trento, dopo un mese è andato a Roma e non si è più mosso da lì. Per ingannare il tempo ha messo al mondo tre figli e milioni di storie. Ha pubblicato su “Tuffi” alcuni racconti di sei parole.

L’incipit del racconto:

«È abbastanza leggera, che dice? Mia moglie non ama le maglie troppo pesanti.»
Lucio teneva in mano la giacca sportiva come fosse una torta gelatina, per paura di rovinarla.
«Ma scherza? È leggerissima. È uno dei modelli più venduti: termica, idrorepellente, giunture elasticizzate e tasca utility. Il top» gli rispose con un sorriso la commessa.
La ragazza aveva un cartellino con il nome attaccato alla maglietta. “Jane”, lesse Lucio con la coda dell’occhio. O forse “Janet”. Non era di origini italiane, in ogni caso. La sua pelle era così scura che i lineamenti sul viso di si distinguevano a fatica. Il bianco degli occhi e dei denti risaltava come zollette di zucchero in una tazza di cioccolato.

Scarica “A4” numero 12!

“A4” n. 12 è in preparazione

Uscirà molto presto. Il raccontò protagonista s’intitola “Volt”. Il nuovo numero verrà presentato in anteprima a Palermo in occasione di Una marina di libri (qui il programma). Domenica 10 giugno, alle 11, il nostro fondatore/curatore/redattore-unico, Stefano Amato, illustrerà il progetto, regalerà alcune copie del numero 12, mostrerà come si piega la rivista e infine resterà in equilibrio a testa in giù sulle mani.

A proposito del fondatore/curatore ecc. Sapevi che sono appena usciti due suoi nuovi libri?

Uno s’intitola L’inarrestabile ascesa di Turi Capodicasa. Lo pubblica Hacca e questa è la meravigliosa copertina creata da Maurizio Ceccato.

Turi

(Qui più info sul libro, compreso un comodo link per acquistarlo.)

L’altro è un libro per bambini. S’intitola Davide e il mistero Qwerty e lo pubblica VerbaVolant. Ecco la copertina:

Davide

Qui alcune info sul libro, con tanto di tasto “Acquista”.

Il nostro Stefano Amato presenterà anche Davide e il mistero Qwerty a Palermo in occasione di Una marina di libri. Il 10 giugno, alle 11:30. Se sei di Palermo e non vieni: bisticcio.

“A4” cerca poeti

A4 tornerà presto con un nuovo numero. Nel frattempo la redazione ha un appello da lanciare: siamo in cerca di poeti. Esatto, se hai una poesia nel cassetto, mandacela. Una sola, la migliore che hai. Se ci piacerà, la pubblicheremo in uno dei prossimi numeri della rivista.

Qualche faq:

Come ve la mando?
Via email, a stef.amato@gmail.com. Oggetto: “poesia per A4”. A differenza dei racconti, le poesie possono essere inserite nel corpo della mail.

Quanto dev’essere lunga?
Non ha importanza. Meglio evitare, però, di mandare un poema di quaranta stanze, ecco.

Questo significa che uno dei prossimi numeri conterrà solo poesie?
Non lo sappiamo ancora. Forse sì, forse no. Vedremo.

Tu intanto mandaci la tua poesia.

Complimenti a Mari Accardi per il suo nuovo libro

Mari Accardi, protagonista di “A4” numero 2 (febbraio 2016), è in libreria con una nuova raccolta di racconti! Come il libro precedente (Il posto più strano dove mi sono innamorata), anche questo è pubblicato da Terre di Mezzo. S’intitola Ma tu divertiti. Se agli attenti lettori di questa rivista il titolo fa suonare più di un campanello, è perché il racconto che Mari ha pubblicato su “A4” s’intitolava proprio La vita fa schifo ma tu divertiti.

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Onorati di essere stati i primi a pubblicare il bel racconto del titolo, esortiamo i lettori a comprare il libro di Mari in libreria o, in alternativa, sul sito dell’editore: non ve ne pentirete.

“Mi piace come scrive Mari Accardi: ha una buffoneria contagiosa, un modo scanzonato di guardare le cose”. Antonio D’Orrico, Sette-Corriere della Sera.

Intervista a Pietro Vizpara

Abbiamo intervistato l’autore di Puntualità, il racconto protagonista di “A4” numero 11.

A4: Ciao Pietro, ci parli un po’ di te? Chi sei? Che fai?

Pietro Vizpara: Mi chiamo Pietro Vizpara, che in realtà è uno pseudonimo che mi porto dietro da così tanto tempo che non potrei scrollarmi di dosso nemmeno se volessi, e abito a La Spezia (dovrei scrivere “alla Spezia”, mi dicono, ma proprio non mi riesce), che in realtà non posso considerare la mia città visto che sono nato e cresciuto in un piccolo paese di mare vicino alle cinque terre. Per un po’ di tempo ho vissuto a Genova, dove ho studiato lingue e letterature straniere, lavorato come insegnante di italiano per stranieri e sostenuto una quantità innumerevole di colloqui fino a perdere le speranza di trovare un’occupazione stabile. Poi è capitata un’occasione di lavoro a La Spezia, mi è andata bene e così adesso sono quasi dieci anni che faccio l’impiegato nel settore della formazione. Ho sempre abitato vicino alla stazione ferroviaria e anche ora che ho una famiglia è bello qualche volta, nel fine settimana, andare in stazione e prendere il primo treno che passa. Tanto passano solo treni regionali, gira gira si resta sempre in zona.

Può bastare?

A4: Quando e come ti sei avvicinato alla scrittura? Continua a leggere “Intervista a Pietro Vizpara”

“A4” n.11: “Puntualità”, di Pietro Vizpara

Esce oggi “A4” numero 11, il primo di questo 2018 che si prospetta il miglior anno della nostra vita (scommettiamo?).

Puoi scaricare il pdf cliccando qui.

Il racconto contenuto in questo numero s’intitola “Puntualità“, e questo è il suo incipit:

Se c’è una cosa che avevo imparato al lavoro era questa: essere puntuale. Non mi era mai riuscito prima di arrivare per tempo a un appuntamento né tanto meno a scuola o ai colloqui di lavoro, forse per questo a ventitré anni vivevo ancora in casa coi miei, portando gli stessi vestiti di quando andavo a scuola, un paio di scarpe da ginnastica scolorite e un portafoglio che ricordavo di avere sempre avuto e che profumava ancora di pelle.

L’autore si chiama Pietro Vizpara, che in chiusura di numero si racconta così:

Pietro Vizpara è nato nel 1978 a La Spezia, dove vive e lavora. Ha pubblicato racconti su «FaM», «Il Colophon», «Squadernauti», «Pastrengo». Un suo racconto, “Confessioni di una Trabant italiana”, è apparso all’interno dell’antologia I nostri ponti hanno un’anima, voi no, edito da Fazi Editore nel 2007.

Per scaricare gratis “A4” numero 11 clicca sul link sottostante:

Scarica “A4” n. 11 (gennaio 2018)

Buona lettura.

L’attesa per il numero 11 di “A4″…

è finita!

La settimana prossima (giovedì, credo) uscirà infatti il nuovo numero di “A4”, il primo di questo 2018. Il racconto protagonista s’intitola “Puntualità”, l’ha scritto un spezzino classe 1978 e comincia così:

Se c’è una cosa che avevo imparato al lavoro era questa: essere puntuale.

Per leggere il racconto per intero tocca avere un po’ di pazienza e aspettare fino a giovedì prossimo (credo).

Intervista a Matteo B. Bianchi

Abbiamo posto alcune domande a Matteo B. Bianchi, autore del racconto contenuto nell’ultimo numero di A4. Ringraziamo ancora una volta Matteo per la disponibilità. Se qualcuno si è perso il suo bel racconto, può scaricare A4 numero 10 da qui.

A4: Il racconto che hai pubblicato su “A4″ testimonia che l’arte della narrativa breve è viva e vegeta. Tu preferisci scrivere romanzi o racconti? E poi: secondo te potrebbe essere che, abituati come siamo a leggere su internet contenuti brevi, il racconto possa vivere una seconda giovinezza e venire preferito rispetto ai romanzi dai lettori? Un giorno gli scrittori si sentiranno dire dagli editori “Niente romanzi, per carità; non vendono. Vogliamo racconti!”?

Matteo B. Bianchi: No, è inutile che ci illudiamo, il racconto resterà destinato a un numero esiguo di lettori rispetto al romanzo e non credo proprio che la lettura frammentaria che comporta internet possa favorire una nuova passione per la narrazione breve, anzi temo il suo contrario. La gente si sta abituando a leggere sintesi, notizie ridotte in poche righe (in tanti ammettono di leggere solo i titoli addirittura), quindi si sta perdendo il senso dell’approfondimento. Si tratta comunque di due modi di leggere diversi.

In genere chi ama davvero i racconti è un lettore forte, uno che legge svariati libri al mese. Piacciono a un pubblico più ricercato e appassionato.
Direi che è paragonabile alla narrativa di genere. Conosco diversi lettori che dichiarano che proprio non riescono ad accostarsi al racconto come categoria: l’idea di entrare in una storia per doverne uscire poche pagine dopo per loro è quasi inaccettabile.

E poi è l’intero sistema editoriale che sostiene questo modello: pensa al caso di Paolo Cognetti, autore di racconti splendidi, che ha sfiorato la cinquina dello Strega senza mai riuscire ad entrarci e quando scrive il primo romanzo addirittura vince il premio.
Però il fatto che il racconto resti una nicchia dedicata agli appassionati in qualche modo non mi dispiace. Mi sembra che renda la cosa romantica, un piacere condiviso da una comunità di fans.

A4: Tu scrivi molto anche per la televisione e dietro le quinte devi vederne delle belle. Ti è mai venuta la tentazione di ambientare una storia — un racconto o un romanzo — nel backstage di uno studio televisivo? Continua a leggere “Intervista a Matteo B. Bianchi”